martedì, 30 giugno 2009

In bianco e nero

angelo
È inutile come il mattino
dopo un sonno senza riposo
rincorrere l’ombra d’un sentiero di cipressi lividi
infilando perline ad una collana spezzata
intorno al collo della negligenza.
Succube di parole morte nella notte senza afa
la fede spezzata in un crocicchio di quesiti
senza attese si deforma
nello specchio di mille maschere di zucchero e sale.

***
Se la luce è trasparenza a cosa serve questa patina dorata?
***
In bianco e nero amo guardare il vero delle cose
nel grigio smorto delle nebbie al camminare
degli scarponi antinfortunio detratti a rate
dallo stipendio aziendale.
***

Alle cinque cantava la sirena il richiamo delle anime
trascinanti corpi che evaporavano odori di letto e figli.
Seduta a studiare diritto internazionale
la osservavo passare in fretta e sognavo un avvenire
che mi facesse ricordare il suo nome,
ma una mano scrisse una legge, poi perì nel sangue.

***
Nessuna luce ancòra dal mio balcone è degna
dei colori del reale
***
Si mischiano le pelli dei sottopagati nel sudore appeso
a mezz’aria dal suolo senza funi né ripari.
Cartellini da timbrare con contratto interinale
e domani un nuovo mestiere per bestiario
di pretese.
***
La preghiera del padre si disegna agli angoli d’una bocca da sfamare
nei crampi d’uno stomaco vuoto d’amore
che brama leccornie da consumare in fretta
per mondare gli interstizi dei denti dagli avanzi di fragole mature,
lievi come il mulinare del vento per un marinaio nato in camicia
che mille lidi attraversa sempre appeso alla sua rammendata tela
che perde il tempo dalle toppe dei suoi miseri inganni.
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anarchica, natĂ lia categorie: anarchica, natĂ lia
domenica, 28 giugno 2009

C'era una volta ....

indiani

e stasera cavalco la mia canzone su La Poesia e Lo Spirito .....

QUI

grazie Franz!

sabato, 27 giugno 2009

Destinati a esser vivi - Pro/Testo

protesto

QUI   la splendida recensione di Antonella Foderaro alla raccolta poetica "Pro/testo"

su filosofipercaso .... obviously!

Vi aspettiamo.

2@_ natàlia

venerdì, 26 giugno 2009

C'era una volta un indiano

Se si fosse almeno un indiano, subito pronto e sul cavallo in corsa, torto nell’aria, si tremasse sempre un poco sul terreno tremante, sinché si lasciavano gli sproni, perché non c’erano sproni, si gettavano via le briglie, perché non c’erano briglie, e si vedeva la terra appena innanzi a sé come una brughiera falciata, ormai senza il collo e la testa del cavallo!

Franz Kafka, Desiderio di diventare un indiano

 Del perduto senso – C’era una volta un indiano

 
C'era un sogno,
una stella, sapeva
di mare, reti,
fabbriche e sudore.
 E c'era un ragazzo
che voleva lottare
con pochi soldi
ed una chitarra di cartone.
 
 Aveva una penna
cui affidare
l'ardore, come
una donna che
gli custodisse il dolore.
 Esistevano i poeti,
i cantori, i profeti
e le sue mani erano
farfalle libere nel sole.
 
Sono passate le maree
senza lasciare conchiglie
tra le alghe ed il suo
cavallo ammansito
reclina il capo sul
fieno amargo
d’uno steccato.
 
Rimasticato nel cappello
ora abbassa la visiera: 
la stella perduta nel
pentagramma confuso
del pensiero dentro i
suoi occhi si confonde al
soprabito di scena.
 
C'era una volta un indiano
adesso s'è impiegato.
Alla fiera delle cose perdute
tira somme come un ragioniere:
non scontentare nessuno
il suo mestiere.
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natĂ lia categorie: natĂ lia
mercoledì, 24 giugno 2009

nodo

Come celare
alle foglie il tempo
di un respiro?
 
Farò un nodo
al fazzoletto
stretto in gola, stretto
che non si sciolga come
fosse un pianto
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Vergogna

neda

Nascita e morte rappresentano i due più affascinanti misteri dell’esistenza umana ed intorno ad essi, e per essi, ruota l’intera vita di ogni singolo individuo. Questi verrà al mondo nel parto, generato da un altro essere nel suo sacrificio di carne ed amore. Da questo momento in poi sarà attore di esistenza e domande sul principio, sullo scopo e sulla fine del suo vivere.

Ognuno di noi nel corso della propria vita cerca di trovare risposte plausibili alla morte che – normalmente – per prima sperimenta nella perdita dei propri cari, quasi come naturale preparazione alla propria stessa “fine”.

Alcuni individui ricercano le risposte a questi due misteri cardinali nella fede, altri nella ragione e nell’indagine scientifica, altri ancora nelle leggi proprie della natura e nel fatalismo ad essa correlato.

Ma de facto nessuno è mai pronto alla morte.

Nemmeno il suicida, nemmeno il disperato desidera realmente la propria fine, paradossalmente se ne serve per fuggire alla vita che ama e disprezza nella sua non corrispondenza alle aspettative d’amore ch’egli nutre per essa.

Ma se difficile ed intimamente inaccettabile anche per il praticante cristiano, musulmano, buddista … che abbia goduto di una vita normalmente lunga e serena preparandosi al “trapasso” nella fede e nelle “risposte” che essa gli offre per affrontare il distacco dalla “vita”, quanto può essere inaccettabile, insopportabile ed intollerabile la fine per causa esterna al normale corso vitale di un individuo, per mano estranea, violenta e cruenta che vada a spezzare per ragioni di opportunità, convenienza, ricchezza o - semplicemente - per bieca malvagità fine a se stessa, la vita di un singolo o di un insieme di singoli individui?

Come possono fede o ragione dare delle risposte alle stragi, alle guerre (chimiche, intelligenti, atomiche, di liberazione, di ”pace”), agli abusi, alle violenze ed alle morti di tanti singoli individui che vivevano le loro vite come se fossero la cosa più preziosa della loro parentesi d’esistenza?

Come?

Eppure ai misteri fondamentali della nascita e della morte, dobbiamo ancora oggi associare il mistero della crudeltà dell’uomo verso l’uomo: il mistero della guerra.

 

“La pace non è una bandiera multicolore, una manifestazione di piazza tra canti e folklore, la pace è un’ideale sulla bocca d’un branco di iene... come l'amore”

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Il nostro mondo è attualmente teatro di circa 30 conflitti. Alcuni di essi vastamente “pubblicizzati”, altri semplicemente accennati o dimenticati. In Afghanistan abbiamo iniziato a contare vittime nel 2001, in Iraq nel 2003, della Georgia si comincia appena adesso a prendere reale coscienza. E questi sono i conflitti bellici “nobili”, quelli degni di menzione.

Poi ci sono le migliaia di morti dimenticate, quelle delle formiche, le “predestinate” e senza interesse, delle vicine Africa ed Asia.

 

Conflitti bellici nel mondo:

 

1. Iraq/Iran   100 mila morti dal 2003
2. Israele-Palestina   5 mila morti dal 2000
3. Libano   1.200 dal 2006
4. Turchia-Kurdistan   40 mila morti dal 1984
5. Afghanistan   25 mila morti dal 2001
6. Pakistan-Waziristan   3 mila dal 2004
7. Pakistan-Balucistan   450 morti dal 2005
8. India-Kashmir   90 mila morti dal 1989
9. India-Nordest   50 mila morti dal 1979
10. India-Naxaliti   6 mila morti dal 1967
11. Sri Lanka-Tamil   68 mila morti dal 1983
12. Birmania-Karen   30 mila morti dal 1988
13. Thailandia-Sud   2 mila morti dal 2004
14. Filippine-Mindanao  150 mila morti dal 1971
15. Filippine-Npa  40 mila morti dal 1969
16. Russia-Cecenia   250 mila morti dal 1994
17. Georgia-Abkhazia   28 mila morti dal 1992
18. Georgia-Ossezia   2.800 morti dal 1991
19. Algeria   150 mila morti dal 1991
20. Costa d’Avorio   5 mila morti dal 2002
21. Nigeria   11 mila morti dal 1999
22. Ciad   50 mila morti dal 1996
23. Sudan-Darfur   250 mila morti dal 2003
24. Rep.Centrafricana   2 mila morti dal 2003
25. Somalia   500 mila morti dal 1991
26. Uganda   20 mila morti dal 1986
27. Congo R.D.   4 milioni di morti dal 1998
28. Colombia   300 mila morti dal 1964
29. Haiti   1.500 morti dal 2004

 

Ma la lista è tristemente incompleta.

sabato, 20 giugno 2009

a casa di Reb Stein

I quaderni di Reb Stein

non ho parole e sono felice di essere qui

con un Quaderno di RebStein tutto per me

"Grazie" Francesco!

mercoledì, 17 giugno 2009

Pro/testo

Emozionata ringrazio Luca Paci e Luca Ariano per avermi coinvolta in questa bellissima avventura attraverso pagine di protesta e dissenso,

e ringrazio Mimmo Cangiano per la bellissima introduzione alle parole mie e dei miei "combattivi" compagni di viaggio,

e ringrazio Alessandro Ramberti, nostro amico ed editore, per questo meraviglioso sogno su carta che ha per me un senso che va oltre la gratificazione d'una vera pubblicazione, rendendo tutti noi "partecipi" ed attivi "guerriglieri" di un movimento di sdegno e rivolta contro questo avvilente sistema italiotico, lasciandoci urlare con la forza delle nostre penne ed a più voci, uniche nella loro peculiarità, che siamo ancora in tanti a voler resistere, a voler combattere con la volontà di far tremare ...

... ed è una promessa!

Grazie a tutti voi, natàlia

protesto

Fara Editore

logo Fara Edizioni

Luca Ariano e Luca Paci (a cura di)
Pro/Testo

introduzione di Mimmo Cangiano

€ 16,50 pp. 362 (Neumi)
ISBN 978 88 95139 63 0

«Protestare in poesia non vuol semplicemente dire parlare della Realtà, vuol dire provare a sottrarsi ad un rapporto con questa di tipo passivo e massificante, e vuol dire anzi abiurare all’idea dell’innocenza del rapporto soggetto-mondo, rinunciare alla fede nella possibilità di un collegamento schietto e non mediato col reale, rinunciare a qualsiasi rivolo impressionista, e forzare ogni forma (psicologica, estetica, politica, morale) contro sé stessa, fino al punto da costringerla a rivelare (per eccessiva ironia o per eccessiva violenza) la propria arbitrarietà, fino a far vedere al lettore la possibilità di un’Alternativa. È la paralisi conoscitiva (e di conseguenza la paralisi attuativa) che viene smascherata quando il soggetto diviene pronto a riconoscersi quale mero ricettore del «dato di fatto», quando il poeta scopre che la propria operazione di selezione e valutazione altro non era che una frode auto-perpetrantesi ai suoi danni, quando l’uomo (o il cittadino)
riconosce che quello che aveva creduto essere punto di vista privilegiato da cui guardare il mondo altro non era che il luogo dove il mondo osservava lui, immobile, assolutamente incapace a trascendere (senza che questo termine abbia alcuna connotazione
metafisica), con un atto critico, le strutture organizzate del mondo stesso.»


(dalla Introduzione di Mimmo Cangiano)

Poeti antologizzati

Luca Ariano
Marco Bini
Dome Bulfaro
Natàlia Castaldi
Enrico Cerquiglini
Carmine De Falco
Salvatore Della Capa
Chiara De Luca
Fabio Donalisio
Matteo Fantuzzi
Fabio Franzin
Marco Giovenale
Lorenzo Mari
Faraòn Meteosès
Simone Molinaroli
Fabio Orecchini
Luca Paci
Massimo Palme
Rossella Renzi
Eleonora Pinzuti
Alessandro Seri
Tito Truglia
Dale Zaccaria

anarchica

Il Re Lucertola: Mito, Uomo, Poeta.

Jim Morrison 1

James Douglas Morrison

Una rockstar? un narciso autodistruttivo dedito all’eccesso … o, semplicemente, un poeta?
.... continua QUI
martedì, 16 giugno 2009

LibertĂ  d'opinione? Privilegio tombale

 

Libertà d'opinione? Privilegio tombale ....

continua qui

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venerdì, 12 giugno 2009

Poesia Giapponese Contemporanea: Yoko Ono Matopei

dragone

filosofipercaso propone oggi un excursus nella Poesia Giapponese Contemporanea

attraverso i versi e la personalità della grande Yoko Ono Matopei

qui

venerdì, 05 giugno 2009

Nichi Vendola - Ultimo mare

Nichi Vendola nasce a Bari nel 1958. Laureato in Lettere e Filosofia, oltre all'impegno politico coltiva l'amore per la storia, la filosofia e la poesia.

Nel 1989 viene pubblicata un'antologia delle sue opere, "Ultimo mare", (Adelphi, Manni Editore), una raccolta di poesie forti, vigorose, combattive, che rispecchiano l'animo dell'uomo/poeta nei suoi più vari momenti: dall'impegno intellettuale e sociale allo sguardo intimo ed abbandonato ai propri sensi.
Poesia dell'uomo, poesia d'artigiano del pensiero.
.
*********
.
Nichi Vendola
Nichi_Vendola
CONTROLUNA
.
Ti spio i tuoi silenzi vivi
adorni di riccioli e d‘insonnia
io vengo ad incontrarti lungo i rivi
disamorato per sogno
ed unto d‘altri arrivi
noi smorti in questo sonno penitenza
noi per pigrizia ancora svivi.
Lontano dai silenzi e dai declivi
ti trovo caro e caro amico caro
t‘annuso vago parlo mordo e baro.
Domani noi saremo forse vivi.
.
.
LUOGO COMUNE

Poi che il sesso non batte
le stanche finestre io schiudo
alla stridente luce dell’altrove.
Orfane le parole
s’attorcono
nel rinsecchito bagliore
d’un dio che mi accoltella e muore.
.
.
IPOTESI

Umida di mancamenti
una sottana
interni convulsi e cosce
sbocciate di enigmi di offerte
di sintagmi storditi
e le condotte deviate dei
condotti traboccanti di tutto
e di nulla
viluppi della carne e una culla
a scorticare il giorno la notte e
l’altre cose.
 
(da Ultimo Mare Manni Editore)
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mercoledì, 03 giugno 2009

la proporzione femminile dell'eros

nudodisfondo

E stasera qui m'han fatto una sorpresina....

grazie Antonella!

domenica, 31 maggio 2009

La luce e il lutto, Francesco Rosi nella lettura di Abele Longo

La luce e il lutto, Francesco Rosi nella lettura di Abele Longo

Salvatore Giuliano - film

su filosofipercaso

Frammenti - Rosso Levante - My Eros

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“La poesia è immediatezza espressiva; talvolta criptica, essa dice e non dice, omettendo deliberatamente al solo scopo d’essere equilibrio perfetto di sé oltre il verbo dello scrivente, per risolversi - ogni volta in modo individualmente nuovo - in chi ne fruisce."

 

"la poesia è armonica disarmonia,

canone inverso tra quello che sono e quello che sento,

tra me che scrivo e te che leggi"

 

"S'io fossi poeta di solo amore

avrei smielato il cielo di tutte le stelle

ed in picchi glicemici

avrei la carie ai denti ... "

natàlia castaldi

 

da Frammenti

 

Salsedine

 

Non temo il pianto

in un velo di ruvida salsedine

tra ciglia e cime annodate

d'un marinaio senza stelle.

 

Nelle vele rigonfie

d’una infruttuosa giornata di pesca

 coltivo le parole

degli spasmi e delle spire

d'un polipo sbattuto

fresco di mare e nervatura caparbia

in un morso di vita.


 

Al calar della sera

 

Sull’orlo delle ciglia in oblìo

riproducimi il verso delle stelle

quando si vanno a scagliare

tra le ipotesi passate

di un presente privo di memorie.

Raccogli le mie penne

e gettale al fiume

ché non c’è seme di conoscenza

che non germini nel dolore.

 

Avanza l'autunno nel calpestìo delle foglie sul selciato

ed é un passo appena abbozzato

al calar della sera.

 

Blu

 

Una nenia blu cantava una sera
e un prato di stelle ne ascoltava il pianto:

chi abita il mare riconosce la sua stella
lo ha imparato negli anni
sulle barche senza vento

 

***

 

Suggestioni sconnesse

 

il vento dibatte
ed il mare fissa il tempo della navigazione,
tutto è fermo in scuotimento:
anche i pensieri si agitano
e sedimentano

sebbene voglia affogare
nel rosso d’un fondo vuoto
raccolgo graffi negli artigli
mentre scotenno parole disossate
e brina d’ombre sui vetri


fremito d'aria e d'ossa

nell'ira del giorno che non dà requie

al tempo del pane e del sonno.

 

Fresas de Abril

 

Oltre i no e forse o però

rinchiusi nelle parentesi sui fianchi del sogno

l’amore ci guida entro fenditure d’oblìo

al richiamo stridulo d’un gabbiano

in deriva libera di solitudine.

 

Sebbene si oppongano refoli impertinenti

d’un inverno che non lascia il passo

al tiepido tempo d'un noi

 

- carnoso frutto e fiore -

 

nel piumaggio d’un pettirosso infreddolito

si raccoglie il cinguettìo della gola degli amanti

nel bacio rubato alle fragole d’aprile.

 

 La cuna

 

Si concilia nelle vene
pioggia e fango

in note d'ombra

Incendia ancora nella brina
l'estate delle fiere

nei fregi rubati ai virgulti

ma notte e giorno

dondola la cuna:

bulbillo d’aurora ed indolenza!

Nell’ombra tra le foglie

intarsi di spine

nei nodi dei rimpianti

         Saranno le allodole a cantare

ma ti sento lambirmi le sponde   

 

Incuria

 

Nessuna carezza
                      d’umido e d’ossa
                                          nel vento d’autunno spento.


S’io fossi terra
                 fertile

Ne custodirei il bulbo                     

- tenero germoglio

d’ansiosa primavera -


Ma sono palude di rimpianti
                                  nelle erbe alte dell’incuria

         e sarà freddo domattina.

                                     Nelle costole dolenti

                                                             d’una notte negligente                          

                                                                                   sordo il canto

                                                                                                  dei giunchi nel vento.

 

Dis-ordine

 

Non recupero le forze
nelle fosse dei tuoi silenzi


                    ma nei tuoi respiri sérpico

                              tra le sillabe che abbandoni 
                                      in disordine per la stanza.

Annusando odori di noi e di ieri
                                                  raccatto polveri e pensieri:

ed é come rammendare un calzino bucato dal tempo e dall'usura


                                              da un'unghia troppo lunga
                                                      che s'incunea nei lembi della carne.


                                 É un rattoppo per suturare sdruciture

                                        questo disordine che si sfugge
                                        per consumarsi inchiostro su un taccuino.

 

Luna e mandorli nel mare

 

Sciacquettìo d’ossa

ed occhi accecati di sale

nel riverbero delle reti

parche di raccolto

-           Nella scia della lampara al litorale

sarà forse la luna ad essermi nemica?

 Grata allo sguardo

d’un miraggio nella neve

raccolgo i capelli con una matita.

Li scioglierò coi ghiacci

a primavera

per disegnare gemme

ai mandorli rosa.

 Umido tra le scapole

il languore d’inverno,

greve la pioggia nelle pieghe del silenzio:

 richiudo nello scrigno il ciarlare d’una luna

-          denso il vapore

nel respiro della notte.

Parla di primavera questa foschìa nera 

attendo la luce a romperne i cristalli

e saranno d’iride i colori sulla pelle.

 

Scirocco

 

Qui non arriva neve a piovere sul mare

l’acqua affoga le radici,

il sale insaporisce la salivazione.

 

In un sorso mezzo vuoto

sciolgo i sensi alla ragione:


non scorre più il sangue,

anch'esso s'aggruma al sole.

 

Nuda nei miei passi

solo scirocco tra i capelli.

 

Ecce homo – dedicata all’amico Giovanni Cossu

 

-          Ecce Homo   -

ma non lo vedi

 

tra brandelli d'oscura finzione

                             nemmeno l'ombra riflessa

                             della complessa imperfezione.

 

                             -          Ecce Homo   -

                                        nel languido intermezzo,

 

                              notturno navigante tra le sponde

                              dello stupore assorto

       in parole sparse

                     sferiche concentriche particelle,

                                     vene dei versi, atomi delle cellule

                                                                                     aperte, chiuse, labiali, gutturali:

microcosmi di quel costato

                                    [senza logos]

                                     ricomposto nel notturno deambulare

                                                                                   di ombre cinesi in potenza d’arte.

 

D’improvviso in-verso

 

Roseto incolto

intreccio le braccia

alla corteccia del grande abete

 

Dall’inverno spoglio

proteggerò il tronco

 

Tardiva estate

ci vestirà di rose

 

***

 

La cutrettola

 

Dischiuse le palme dissetino l'arsura,
non c'è risveglio più dolce
che nella brina tra le foglie.

Rimango all'ombra del glicine a fissare
l'arcobaleno che fiorisce tra le dita.

 

E' una coppa frizzantina

l'offerta dell'incanto

nel cinguettìo dell'alba a primavera.


Rebus

 

I giorni passati ed i giorni a venire
s’infrangono nello specchio di spazio e tempo
accecati nella morsa d’una pelle d’arancio
disidratata dell’acre spirito.
Nell’aere d’aromi prigioniera e disfatta
resta ieri come oggi,
domani forse,
simulacro ed icona
d’un essere senza tempo.


Occhi negli occhi – osservando Munch

 

Legami ancora il vento tra le dita
ed i capelli alle tue labbra,
parlami piano delle ore senza sole
e del moto del mare quando ha freddo.


Raccontami le storie dei silenzi
e racchiudi il canto nel cerchio dell'acqua:
dalle tue pupille ancòra lascia ch'io beva
e fammi addormentare in una menzogna.


 

Frammenti sparsi

 

[non ti fidare d'un bianco sorriso

né delle parole dei sapienti

nelle mani semplici della terra e dei raccolti

troverai pane per sfamarti]

 ***

 in punta di piedi

                     su lama di rasoio,

                                    [in bilico tra passato e presente]

                                          m'innamoro

                                                          d'un paio di ciglia scure

                                                  nell'arcata della notte

 *** 

abbozzi di parole

                           morbide

                           nell'umido delle labbra

 

saranno carezza come neve

           [senza il suo freddo]

                           nel bianco calore

                                                  d'una pelle di donna

                                                                disegnata tra le righe

 ***

 cosa mai scivola tra le vertebre

                                           assiderate

                                                          dall'inverno dei sensi?

 

Cristallo

 

Mi scivolo tra le labbra
- apnea d'un istante

Riverbero cristallo
- non so nascondermi all'incomprensibile

M'incrìno nei fianchi

                           al vociare delle incertezze

                                                                            -  e sento.

 

Terra vermiglia

 

Terra di sole e di sale
di vento e dolore,
terra vermiglia
e di nere sottane
terra di riti
e santi in processione
di petti battuti
dinanzi alla croce,
di peccati espiati
in superstiziose azioni
che alleggeriscono l’anima
dei suoi fardelli.

Terra di campi e profumi
di viti e meloni:
contrasti immensi
nei tuoi colori!

Terra di perduti onori
che non risparmi
occhi innocenti,
terra che inghiotti
e che penetri il cuore:
con tutto il mio odio
ti canto il mio amore.


Morfina

 

Dimmi del sapore delle parole nel vento

e della sabbia bagnata dopo un pianto.

Sai ascoltare il cerchio nell'acqua

senza romperne il silenzio?

 

Raccontami della magia delle parole

che non saziano le mie domande

e dimmi, se sai,

qual è lo scopo delle stelle

ed il colore della nebbia

nel gorgheggiare di un fiume in piena.

 

Adagio lento,

sussurrato

come una fiaba che scema nel sonno

ed un arpeggio ad aprire l'incanto

dell'abbandono al sogno.

 

Fumo

 

In anelli di fumo
intarsi di pensieri
impigliati in autoreggenti
smagliate dal tempo
degli amori.

Tra vento e sale
amaro il sapore
in un respiro di catrame.

 

***

 

Perdonerei

 

Se mi sfiorasse adesso
un battito d'ali
un soffio
il tempo dei respiri
perdonerei anche la morte
d'avermi presa
domani


 

La cruna

 

Inciampi nelle pozzanghere di stagione.

Come grani sui polpastrelli scivolano
sillabe senza suono nel chiostro delle labbra.

Ritrovi tra nugoli di libellule

ad infilare la cruna d’un ago

gli echi di fantasie non inseguite,

come un cammello alla foce d’un fiume.


 

Sale

 

Nell'ascolto del sale

si misura l'arsura della gola
e, amica mia, non c'è salita né pianura
quando la mano tendi al silenzio

Se non fossimo vaganti nell'ombra dei pensieri
raggiungeremmo lidi dorati senza speme

Spegne la notte
il dolore del pianto
mentre la pioggia

m’inzuppa grevemente

adunca nelle spalle.

 

Imprevisto quell'appendersi

d'un lembo di pensieri

alla maniglia d'una porta chiusa
come mutande posate senza cura


Un rovescio della medaglia

mentre ti ostini a non capire
che i sensi prendono la ragione
quando pensavi d'esserne ormai padrone

Io non sento più il sangue:

anch'esso s'aggruma al sole.

 

Panacéa – alla mia poesia

 

Ho stretto il tuo verbo
come fosse la mia veste
sulla pelle.

Graffio di juta e menzogna di seta
d’una mendicante di stracci
ed oboli di parole
nei cordoni stretti
nell’incavo delle costole inarcate.

Sibilo sulle catene
alle caviglie nude
nei piedi stanchi d'asfalto
a bordo d’una strada senza crocicchi.

Nodo d'un foulard
sulle labbra serrate
ti mordo nel profumo di foschie:
sospiro d'assenzio
mentre mi sorrido nell’inganno.

***

inconsci i passi del suono sulle labbra
muovono lenti respiri
su bianche lenzuola
e macchie di rosso porporina
nelle smorfie infantili
d'un poeta.

 

Nella mia rilettura

 

Parentesi d’oblìo
fuga, vita e morte
la mia poesia incisa non sarà mai
fine, scopo e diletto.
Pensiero espresso di sogno e dolore
pregno foglio di sangue e sudore
che senza tregua la mia patologia riempie.
Sono solo una malata che cerca la sua cura
conosco la follia, ne ho naturale discendenza.
Nella scissione del mio io
trovo quiete e ristoro nelle parole scritte
dove muovo passi tra sogni e stupore,
voci e rarefatte figure
per darmi reale forma d’illogica e viva psiche
e presente coscienza di essere due e mille in una
nella mia rilettura.


Polvere

 

Coltiveremo sabbia
e polvere del nostro triste impasto
nelle misere fosse
che sia granito o marmo o nuda terra
ad accoglierne i resti

Alambicchi di sogni distillati in versi
su polverosi scaffali si poseranno fogli,
sospiri e tormenti,
mentre percorriamo
nel silenzio delle parole scritte
le stanze buie del non aver vissuto
volgendo lo sguardo infantile
delle nostre rughe alle fantasie dipinte
su carezze negate.

Noi siamo oggi nelle stesse domande
di Didone ed Euridice,
siamo ieri nel costato ferito
dell'uomo tradito dalla sua stessa mano.

E siamo la Mecca di Terre Sante
e la manna per sfamarci l'amore
e siamo Natura sempre in divenire
senza risposte che nel nostro finire.

 

Insonnia di stelle

 

[...]

e vedo alberi gemmati di stelle

quando le vertebre dolgono

e gli occhi si sfibrano:

lascio che la mano destra

segua le visioni del sogno

lontano dalla luce del giorno

dove si piega il sole

sulle ginocchia

e prega

 

- perdo consistenza

nella pesantezza del corpo

mi allontano e lo guardo

e non ci sono -

 

una luna e poi un'altra

tra le foglie e le fronde

e quella voglia di essere arte

per plasmare nuove forme

dalle storture e dai miei affanni

e dalle ore, morte, ore insieme a me.

 

Sproloquiando – di quando in quando

 

Partendo da un punto di sospensione del respiro

fisso lo sguardo su un colore morto

come uno scandaglio fisso il fotogramma

e parte di riflesso il pensiero,

Vivo.

Non credo che nell’arte come pura fonte creativa

in quanto tale mi denuda la mente

in asessuata partenogenesi di sé da me

che non sono più che un nulla.

Mi chiama la penna,

Lei detta.

“Maledetta - a volte sospiro -

mi togli il senno!” …

al piacimento di giullari del parlare

e ciarlatani del dire,

tra ossa di coniglio

e ghigni da sciacallo,

danzo ...

 

“Berenice, Berenice …

raccogli i tuoi capelli,

riprenditi le stelle …

E posa quella penna!”

 

Epistola – sul silenzio

 

S'io conoscessi la strada
non sarei in cerca di risposte.
Il silenzio, sai bene, non esiste che nella morte,
ogni pensiero musica il suo suono nella mente.

                              Parole.

Tintinnano, si rincorrono, si sfuggono ...


Io, tu, scribacchini al servizio del pensiero,
affannosamente cerchiamo di fissarne il suono
per vincere il silenzio, oltre il suo arrivo,
nello sberleffo di un altrui respiro
che ne cancelli nella lettura,
nel suo suono,
la sua esistenza e la nostra effimera natura.


 

Secondo Cerchio – una moderna Francesca

 

Irti sentieri ed aspro sapore

arsa lingua

di sete e fatica

– Dilemma –

decidere la strada

in cerca d’ uscita

da questa selva,

avvinghiata dalle incertezze

del dubbio:

sarà peccato? o forse è solo natura,

vita?

Istinto: continuare a salire!

Nell'affanno,

da bufera sospinta e trattenuta,

desideri giungere alla meta:

“Olimpo beato, d'ambrosia nutrimi!”

 

Girotondi e danze

con donne mascherate,

zingare megere,

sirene e falene

e sante meretrici

e con esse mi confusi...

vendendo carne in bramosia d’affetto.

 

Ed incontrai lupi

dal vello d'oro

che al luccicar dei denti,

sorrisi aperti di promesse,

lusinghiere tracce sulla pelle

ad indelebile cicatrice

tracciarono con unghie a dilaniare

la carne come avvoltoi al sole

nel deserto dell'anima

in fiamme di peccato,

goduta e perduta

in ansimante preghiera:

“ché  sono donna e terrena!”


Autunno

 

Ancorate ad incerti appigli,

ingiallite foglie

in attesa di perentorio vento

a cancellare il nostro passaggio,

voleremo libere per un istante d'eterno

a disegnare

geometriche figure polverose

nell'aere impetuoso del nostro autunno

per poi morire

in silente dimenticare.

 

***

 

Nella notte – haiku

 

Imbratto mente
e fogli con silenzi
neri d'inchiostro

 


 

Senza paura

 

Non avessi saputo cosa sono

avrei forse creduto

nella salvifica forza del destino.

 

M’incammino

senza guardarmi avanti.

 

L’inerzia degli anni sospinge il passo

incondizionato nel respiro,

inespugnabile nel pensiero.

 

Taglierò il filo del traguardo

ad occhi chiusi danzando nella nebbia,

stringeranno forte i pugni

l’ombra di una carezza in tasca.

 

***

 

Ad un’amica - la mia Gloria

 

Eres mucho más que una mujer guapa
eres el sentido mismo de la vida
con todo su cargo de llanto y alegría.
Eres el alma de mi universo
y la lluvia que lleva agua a mis rosas
escondidas en el nigro rayo de mis pensamientos


Segreto – osservando la “Venere allo specchio” di Velasquez

 

Se avrò sorte di specchiarmi nel tuo azzurro
per scoprire di me la luce nascosta
nel limpido lago del tuo sguardo gentile,
allora avrò conosciuto di me

il tuo nascosto segreto.

 

***

Melograno – Didone e Persefone

 

Non ho più miele,
né burro,
né dolci aromi da offrire
ora che disillusa
depongo brame e desideri
e tutte le mie armìgere lusinghe
ed osservo la tua nave
prendere il largo
e l’abbandono mi cinge
in soffocante disperazione
e si spengono le stelle,
lentamente,
ad una ad una ...
mentre conto i semi di melograno
per raggiungere Persèfone
unica spème amica
in questo tormento

 

Incontrando Gaudí

 

Con occhi di vetro

mi fissi nel vuoto

di questo spazio rappreso

di silenzi e pietra.

Madrigale di pianti

e offerte da tempio

su scale tortuose

e petali di stucco.

 

Fosti follia d’un presente

che lascia traccia nel tempo

violentato nel genio

dall’altrui orgogliosa mano

che a ricrear natura e sofferenza

d’Uomo e Creatore

nell'immortale tuo delirio

volle incidere il suo nome.

 

In plastiche visioni

di bene e male,

contorte nelle forme di natura

e imperfezione,

della tua Spagna disegnasti

eterna sorte e splendore.


 

L’armonia dei contrasti

 

Amo i folli

che si scindono in due

in cerca della logica dell'illogico loro sentire,

amo i peccatori

che si contorcono nell'indottrinata duplicità

di morale ed immorale,

amo i barboni

che si abbandonano ad una panchina ed alla compagnia d'un cane

per non soccombere alle catene del vivere sociale,

amo i diversi

che ci insegnano l'amore

al di là degli orifizi e dei rigidi schemi naturali,

ed amo i poeti

che sono folli, peccatori, barboni e diversi,

ed amo la poesia

che schiude in variopinti fiori le bellezze dei contrasti

e crea melodiosi canoni inversi di monologhi e dialoghi

dell'animo che si spezza e si tormenta

alla ricerca di sé

e di quello che non è

sviscerando e denudando il proprio intimo

fino al nòcciolo duro ed impenetrabile

di questo nostro misterioso esistere.

 

Puro pensiero

 

Posso fare sintassi del nostro dire

costruire discorsi

incastonati in schemi lessico-grammaticali

ma se sto in silenzio

se ti respiro ad occhi chiusi

ti sento

senza schemi,

senza formule ...

ed è puro pensiero, di te.

 

no_guerra_israele

Da Rosso Levante

 

La cicala

 

S’io fossi una cicala

frinirei le mie note

nel bramir d’ali e foglie.

Scivolando s’una goccia

nello stagno delle vertebre abbandonate

brandirei pagliuzze dorate.

Mozzando capi chini

di vergogne ossequianti,

sederéi mille battaglie

nel sangue dei codardi

e dei potenti

per riconquistarti il mondo

nel silenzio del mio canto.

 

.

Kamikaze

Stringhe di dolore annodano l’olfatto

                                      [nel caffè bruciato e vapore uggioso].

 Ricarichi le ossa nella tosse d’una sigaretta

                                             [tra anelli d'esitazione e paura].

Nel giubbotto logoro di anni e preghiere

                           l’odore del letto vuoto

                                     sul sedile di un metrò.

 Ti giri di scatto

- presagio di un nulla

   vuoto del ricordo:

danzano gli occhi

sulle lettere d'una stazione

                                                                [nessun ritorno da vidimare

                                                                  e sudore tra le dita].

 Rimbocchi il colletto

ed il freddo nelle vene,

                 [t'inonderà il silenzio

                                        violento nel rapido finire].

 

Inghiotti la ragione con la vita,

                                   [nel suo sguardo il tuo tizzone]

 non verrà il perdono

ma un addio che è una causa

                         senza stato né nome.

 

Notte di Gaza, 28 dicembre 2008

Affilo gli accenti e le virgole ai pensieri,

acuminati

feriscono le orecchie sulle dita della notte,

nella carne dei sospiri di urla innocenti

una lingua di terra benedetta da più dèi

nel sangue degli eletti:

ieri bambini senza corse

oggi fame senza domani

e sete senza speranze.

 

Pianto di stelle anche stanotte

nel cielo dei soprusi

d'umano invocare divine discolpe

per rammendare squarci di carne ed anima

nello scendere del sipario sull'infamia del mondo.


 

De rebus naturae

 

Non mi inginocchio davanti ad altari
rivestiti di tele e ricami,
oboli di fedeli
a purificare in bianco candore
di sete e damaschi e ori,
peccati terreni,
misfatti
e umane meschinità.

Non sciolgo sulla mia amara lingua
ostie come carni divine
e non rinchiudo in portafogli,
tra denari e scontrini,
nòccioli di dattero come propizio feticcio
per prospero domani,
né santini dalle mani insanguinate
di stimmate e dolori
per garantirmi la fede
ed un sereno domani.

Templi e pagani riti reiterati
in riscritte vesti
a giustificare poteri
e contrabbandi di menti
con aldilà e timore di Dio,
che imperfezione naturale
d’animale genere ha voluto
a pascolare in gregge di iene

in famelico divorare

la carne del più debole che soggiace,

per malefica invenzione,
del male al di fuori di creazione.

Mi inginocchio davanti a me stessa,
alla mia meschina natura nella Natura
ed essa prego che non infierisca
davanti allo scuotere delle onde sulla battigia
ed alle creazioni di umana creatura
in sua potenza d’arte.


Alla mente spaccata tra bestiale istinto
e razionale evoluzione
rivolgo disperato pianto e preghiera
che abbia pietà
dei cuccioli d’uomo
e non inchiodi alle croci
armando innocenti come cani affamati

per ludibrio di scommessa
e due monete d’oro in tasca.

Storia senza storie

 

Terra di cedri ed ulivi,
terra di pietre maledette
in nome di quale Dio affoghi
in rovi e polveroso affanno
per diritto d'un popolo
nella diaspora nutrito
d’amaro sale e dolore?

Ieri vittime tatuate a numero e fosse
non vedono lo scempio
del proprio diritto
nel disumano vissuto genocidio?

Acre odore macabro di decenni
e sangue di disperazione e fame
sulle terre sfrattate e mutilate
non giungi ancòra
alle narici dei nuovi Pilato
immobili a decretare
nel complice silenzio
il trionfo dell’inferno sulla storia.


La canzone delle primule rosse

 

In un presente privo di memorie
per le croci senza lapide né nome
raccogli secchi papaveri rossi
tra le pagine d’un vecchio diario
e dàlli alle fiamme
di questo stanco cammino.

Nel seme della ribellione
si nasconde il tacito dolore
dell'animo che avanza negli anni represso.
Aprimi varchi tra le nebbie del pensiero
e tornerò libera in catene
al servizio di arroganti minimi.

Ha avuto un nome ogni ideale
scagliato dalle torri
alla diaspora dei mondi
nelle lingue confuse d’incomprensibili déi
e profeti d’uguaglianza
armati d’arroganza e verità.

Falliremo ancora ma ci rialzeremo
nell’urlo delle nostre parole
scritte dal vento sulle tue labbra
e nel pugno chiuso
scagliato al cielo dei padri del pensiero.

Andiamo avanti compagno leggero
cantiamo ancora delle primule rosse
che fioriscono nelle primavere
dei soprusi.


Cantiamo ancora ché non sia finita
la nostra lotta senza strage né terrore
cantiamo ancora e culliamo d’amore
questo nostro stanco ideale.

Ero una donna – 2 agosto 1980

 

Ero una donna,

camminavo per strada:

pesanti i sacchi della spesa,

scendevo le scale della stazione.

 

Tornavo all’odore dei miei panni,

ero una donna

con la spesa per la cena.

 

Sono brandelli di carne

nello scoppio di un odio senza nome:

-          lo chiamano ideale ...

ma io non ho più avuto amore  -

 

Tumuli di pianto

e fiori secchi

nel silenzio delle fosse

senza più dolore:

solo memorie

e vili vivi

nel canto delle foglie

d'un autunno perenne.


 

Epistola II – a mio nonno, un comunista.

 

Se perdessi la capacità di soffermarmi

sulla possibilità di una fantasia nella vuota veridicità

del mio risveglio, allora smetteresti d’esistere

e questo mio scriverti avrebbe fine.

Seppure nella menzogna di una realtà che non soddisfa

ritorno a perdermi nelle fantastiche avventure che leggevo

quando ancora sapevo sperare.

 

Abbiamo perso gli ideali nel cammino

dei sogni di giustizia sociale

ed Enrico* se n’è andato,

sì, avrei dovuto dirtelo prima,

anche lui se n’è andato.

La sua fronte era rigata di sudore,

le vene gonfie di attese e parole:

nella piazza i pugni si sono aperti,

le vele rosse hanno perso il vento.

 

Mi sono addormentata sul divano stanotte

fissando una fabbrica di sogni d’acquistare a rate

mentre mi chiedevo dove sarai arrivato

e se nell’altro emisfero stai trovando quiete

o solo bugie d’esistenza.

Ma non temere per me,

mi vestirò di sogni domattina

partendo per un’avventura da timbrare

senza meta né certezze.

Silenziosamente attenderò una risposta

alle domande che non ti ho posto.

 

  • Enrico Berlinguer,  morì l’11 giugno dell’84, esattamente sei mesi dopo mio nonno.

 

La rivoluzione del poeta

 

Cos'altro ancora la mia parola

se non arma

coltello e lama

penna iniettata di veleno,

di sudore?

Contro lo sciacallaggio dell'ottimismo

nella cecità mediale

compito e dovere

portare letizia e rivolta

carezza e scompiglio

nel torpore.

 

Potenza d'un petalo

purpureo di papavero:

oppio alle mie vene

ed alle papille miele d'acacia,

rompi i silenzi dei tormenti

e delle nebbie del giorno ingrato,

di fatiche operaie

raccogli il sangue nelle mie penne.

 

Tamburin man

 

Cinture di corda

nei calzoni logori

di troppe stagioni

e toppe rammendate con filo

e dolore nell'indice

solcato dallo sfregare delle ore.

 

Una valigia di cartone

e una chitarra scordata

soffiano ancora

ribellione e amore

sulle rughe e tra i fogli

d'un vecchio Tamburin man

 

La sposa e la guerra – ai miei nonni

 

Bionda sposa

ti sei svegliata al primo sole.

Dorme al tuo fianco il guerriero

in stremato sonno:

lungo il suo cammino per un sòlo tuo bacio!

 

Profondo e abbandonato,

il suo dormire

vedrai sempre turbato

dai fantasmi dei volti insanguinati

di fratelli e nemici

morti per obbedienza:

assassini innocenti

nella loro incoscienza.

 

Sistema i tuoi capelli,

rinnovata sposa,

e corri al campo

a raccogliere i tuoi fiori:

“ché la casa sia lieta

e ricca di profumi

per concepire

i figli della guerra!”

 


 

fumo

Dalla raccolta “My Eros”

 

Inchiostro

 

Intreccia i miei respiri alle parentesi quadre dei tuoi pensieri

smussa le virgole ed accarezzami gli accenti

striscia sul corpo del mio testo

                                         dàgli peso

penetra ogni parola

                          ogni verbo

bagnami la lingua della tua saliva

             - nel leggermi piano

                  senza fretta -

scivola sul ventre di ogni pausa di silenzio

e stropicciami ad ogni lettura

                                         nelle ore di noia

mentre vieni nelle mie caverne

                                         e sui miei capelli

                                                               ed alle mie labbra

                                                                                   offri ancòra nuovo inchiostro.

 

Calice

 

Si stende la pelle
come vitigno da vendemmiare
nelle tinozze delle tue palme
offerte e dischiuse
all'equinozio settembrino.

Maschile e selvatico
l'afròre appiccicoso sulla pelle
nel tracimare dei miei sensi.

Farò di te la perla d'ogni conchiglia
ed incavo mutuo sospiro
nel berti - nettare e frutto -
in calice di piacere.

 

D’orchidée speziato

 

Lasciami scivolare lungo le pareti del cuore,

spingimi contro questo muro,

braccami fino a togliermi potere di fuga:

- ... solleva le mie gonne –

mettendo a nudo i celati petali

svelami i segreti di voluttuoso miele

d’orchidée speziato.

Con dita mature

indicami vie di fluida uscita

da labirinti di remore e pudori:

in abbandono di presa sulle ginocchia

sciolte

di lussuria e piacere,

prenditi gioco di questo

ancor giovane corpo:

in te le delizie dei miei istinti femminili

rigònfino

d’immensa soddisfazione il tuo ego maschile.

 

Femmina

 

Nella naturalezza

della mia nudità, nei miei nei,

nelle efelidi e nei vezzi quotidiani,

nelle bionde chiome e nelle mie caverne,

nell'attimo del risveglio e nel caffè d'orzo,

ti offro la morbida essenza

del mio essere femmina,

senza pudore.

 

Rubus  Idaeus

 

In canone inverso

leccornia rossa

bramosamente cerchi

nelle valli del monte Ida.

Si apre il sentiero

invitante nel fiorito bosco

di muschio dorato

e mielosa rugiada.

 

Goloso pregustare

in peccaminosa gola

l’aspro e dolce frutto

del tagliente penetrare di passione

cui verremo, dopo.


Marocco

 

Sulla sabbia incandescente attraversa la conchiglia,

di me

- dischiusa offerta alle tue labbra -

e rivelane la perla:

urna di sguardi, ceruleo balsamo e cura.

 

Orizzonte d’afa ci scompigli

in briglie sciolte di capelli aggrovigliati,

intricata tessitura tra le dita.

 

Furtivo, ingordo antipasto nel piacere,

dolce, salmastro nodo nelle grotte

di razzìe ed abbandoni

del corpo nella carne.

Porgendo l’orecchio al mio lamento,

canto e richiamo nel mare della resa,

ondulato sussulto ti percorra le sponde

fertili d’humus sulla pelle.

 

Ripiegando lo sguardo

all’infinito del presente nel passato,

sii estuario e delta

nell'estremo mio spasmo in un lampo d’apnea.

 

Aurora

 

Libeccio d’ansiose membra
giace restio nell’ora del desio.

Permangono dipinte le ore
nel sogno d’agonie d’amanti
in lenzuola disfatte
e percorsi controluce.

S’affannano in gemiti
d’allodole bianche
nei riflessi di cristalli
ove pallide si specchiano
le morbide forme
abbandonate
ai sospiri della carne.

Auree si levano
nelle carezze d’una improvvisa Aurora.
 

sabato, 30 maggio 2009

I Quaderni di Reb Stein - II maggio 2009

Su "La dimora del tempo sospeso"

Il nuovo "Quaderno di Reb Stein" a cura di Francesco Marotta

é dedicato ad Abele Longo

... ed é bellissimo

I quaderni di Reb Stein

per leggere e scaricare il "Quaderno", cliccate QUI

grazie, natàlia

Eco d'Ego Deco'

La censura in ogni sua forma e per ogni suo fine è indegna espressione di violenza ed abuso

ma la censura non potrà mai spegnere la forza ironica del pensiero ed è destinata a soccombere nelle risa e nel ridicolo che la sua stessa arrogante ed ignorante natura genera

qui

Lucifero

postato da: nataliacastaldi alle ore 10:47 | link | commenti
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giovedì, 28 maggio 2009

e raccoglievamo nuvole ...

clouds gathering

http://ilvignettificio.interfree.it

***

Clouds Gathering, Charles Simic

It seemed the kind of life we wanted.
Wild strawberries and cream in the morning.
Sunlight in every room.
The two of us walking by the sea naked.

Some evenings, however, we found ourselves
Unsure of what comes next.
Like tragic actors in a theater on fire,
With birds circling over our heads,
The dark pines strangely still,
Each rock we stepped on bloodied by the sunset.

We were back on our terrace sipping wine.
Why always this hint of an unhappy ending?
Clouds of almost human appearance
Gathering on the horizon, but the rest lovely
With the air so mild and the sea untroubled.

The night suddenly upon us, a starless night.
You lighting a candle, carrying it naked
Into our bedroom and blowing it out quickly.
The dark pines and grasses strangely still.



E raccoglievamo nuvole


Sembrava il tipo di vita che volevamo.
Fragole di bosco e panna al mattino.
La luce del sole in ogni stanza.
E noi a camminare nudi sulla riva.

Qualche sera, tuttavia, ci siamo trovati
incerti sul domani.
Come tragici attori d’un teatro in fiamme,
con gli uccelli a ruotare in cerchio sulle nostre teste,
ed i pini scuri inspiegabilmente ancora lì fermi,
abbiamo calpestato ogni roccia insanguinata dal tramonto.

E poi di nuovo sul nostro terrazzo a sorseggiare vino.
Perché sempre questo senso di tragico finire?
Nuvole dalle sembianze quasi umane si accavallavano
all'orizzonte, mentre ogni cosa era piacevole
nell'aria mite ed il mare sereno.

Poi la notte ancora ci sorprese, una notte senza stelle.
Mentre tu accendevi una candela, nuda la portavi
in camera da letto ed in fretta la spegnevi.
Ancora lì, inspiegabilmente fermi nel buio, i pini e l’erba.

trad. natàlia castaldi, 2009

mercoledì, 27 maggio 2009

Valentine - di Carol Ann Duffy

Cipolla

Valentine - di Carol Ann Duffy

Not a red rose or a satin heart.

I give you an onion.
It is a moon wrapped in brown paper.
It promises light
like the careful undressing of love.

Here.
It will blind you with tears
like a lover.
It will make your reflection
a wobbling photo of grief.

I am trying to be truthful.

Not a cute card or a kissogram.

I give you an onion.
Its fierce kiss will stay on your lips,
possessive and faithful
as we are,
for as long as we are.

Take it.
Its platinum loops shrink to a wedding-ring,
if you like.

Lethal.
Its scent will cling to your fingers,
cling to your knife.


***

Valentine

Non una rosa rossa o un cuore di satin.
Ma una cipolla.
Una luna avvolta in carta marrone.
E’ una promessa di luce
come il cauto denudarsi dell’amore.

Ecco, tieni.
Ti colmerà gli occhi di lacrime
come un’amante.
Farà della tua immagine
una foto vibrante di pianto.

Cerco di essere vera.

Non un biglietto carino o un baciogramma.

Io ti do una cipolla.
Fiero il suo bacio ti vestirà le labbra,
possessivo e fedele
come siamo noi,
per tutto il tempo in cui saremo noi.

Prendila.
I suoi cerchi di platino ti cingono in anello nuziale,
se lo vuoi.

Letale.
Il suo profumo si attaccherà alle tue dita,
al tuo coltello.

trad. natàlia castaldi, 2009

***

l'amore è aspro come una cipolla
"io cerco di essere vera" dice la poetessa alla sua amante, non ti prometto rose odorose, né vita semplice
il nostro è un amore difficile, che ti riempirà di dolore
ma ti cingerà le dita come i cerchi saldi ed avvolgenti di una cipolla in un anello di fede,
se lo vuoi ...

il suo acre spirito ti resterà sulle dita
e sul tuo coltello

sarà la tua ferita e la tua cura, ma sarà vita vera.

a scrivere è una donna omosessuale ed è un messaggio d'amore tra i più veri e belli che abbia mai letto.

n.c.

lunedì, 25 maggio 2009

Una lettera d'amore

omosessualità è natura

Mio carissimo ragazzo,
questo è per assicurarti del mio amore immortale, eterno per te. Domani sarà tutto finito. Se la prigione e il disonore saranno il mio destino, pensa che il mio amore per te e questa idea, questa convinzione ancora più divina, che tu a tua volta mi ami, mi sosterranno nella mia infelicità e mi renderanno capace, spero, di sopportare il mio dolore con ogni pazienza. Poiché la speranza, anzi, la certezza, di incontrarti di nuovo in un altro mondo è la meta e l' incoraggiamento della mia vita attuale, ah! debbo continuare a vivere in questo mondo, per questa ragione.

Il caro *** mi è venuto a trovare oggi. Gli ho dato parecchi messaggi per te. Mi ha detto una cosa che mi rassicurato: che a mia madre non mancherà mia niente. Ho sempre provveduto io al suo mantenimento, e il pensiero che avrebbe potuto soffrire delle privazioni mi rendeva infelice.

Quanto a te (grazioso ragazzo dal cuore degno di un Cristo), quanto a te, ti prego, non appena avrai fatto tutto quello che puoi fare, parti per l'Italia e riconquista la tua calma, e componi quelle belle poesie che sai fare tu, con quella grazia così strana. Non esporti all' Inghilterra per nessuna ragione al mondo. Se un giorno, a Corfù o in qualche isola incantata, ci fosse una casetta dove potessimo vivere insieme, oh! la vita sarebbe più dolce di quanto sia stata mai.

Il tuo amore ha ali larghe ed è forte, il tuo amore mi giunge attraverso le sbarre della mia prigione e mi conforta, il tuo amore è la luce di tutte le mie ore. Se il fato ci sarà avverso, coloro che non sanno cos'è l'amore scriveranno, lo so, che ho avuto una cattiva influenza sulla tua vita.  Se ciò avverrà, tu scriverai, tu dirai a tua volta che non è vero. Il nostro amore è sempre stato bello e nobile, e se io sono stato il bersaglio di una terribile tragedia, è perchè la natura di quell' amore non è stata compresa.

Nella tua lettera di stamattina tu dici una cosa che mi dà coraggio. Debbo ricordarla. Scrivi che è mio dovere verso di te e verso me stesso vivere, malgrado tutto. Credo sia vero. Ci proverò e lo farò. Voglio che tu tenga informato Mr Humphreys dei tuoi spostamenti così che quando viene mi possa dire cosa fai. Credo che gli avvocati possano vedere i detenuti con una certa frequenza. Così potrò comunicare con te.

Sono così felice che tu sia partito! So cosa deve esserti costato. Per me sarebbe stato un tormento pensarti in Inghilterra mentre il tuo nome veniva fatto in tribunale. Spero tu abbia copie di tutti i miei libri. I miei sono stati tutti venduti. Tendo le mani verso di te. Oh! possa io vivere per toccare i tuoi capelli e le tue mani. Credo che il tuo amore veglierà sulla mia vita. Se dovessi morire, voglio che tu viva una vita dolce e pacifica in qualche luogo fra fiori, quadri, libri, e moltissimo lavoro. Cerca di farmi avere tue notizie.

Ti scrivo questa lettera in mezzo a grandi sofferenze ; la lunga giornata in tribunale mi ha spossato. Carissimo ragazzo, dolcissimo fra tutti i giovani, amatissimo e più amabile. Oh! aspettami! aspetta mi! io sono ora, come sempre dal giorno in cui ci siamo conosciuti, devotamente il tuo, con un amore immortale

Oscar


Oscar Wilde, Per sempre tuo. Le lettere di Oscar Wilde a lord Alfred Douglas, ed. Greco e Greco, 2003

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